venerdì 15 marzo 2013

thekitchn.com

Continua il viaggio di Thinkerfood nel mondo virtuale del foodwriting.
Un percorso tra parole e lingue, tra sapori ed idee.
La meta di questo viaggio è la scoperta di un unico linguaggio:
quello del Gusto.
Il Gusto unisce, traccia linee di senso e non linee di confine.
Non esistono barriere nell'universo del thinkingfood.
L'approdo di questa nuova tappa è il blog 
http://www.thekitchn.com/categories/cooks_kitchen

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venerdì 1 marzo 2013

LA RETE DEL GUSTO


 Foto: Un lento risveglio é cura del corpo e della mente....buona domenica da Thinkerfood

L'Estetica del Gusto è un linguaggio privo di limiti e vincoli semantici. Un sistema di comunicazione globale. Uno strumento relazionale di immenso potenziale gnoseologico, linguistico, biologico e psicologico. Inizia il viaggio di Thinkerfood nella Rete del Gusto. "Tarlette" è un Blog dedicato alla fotografia del Food, uno spazio in cui l'Immagine gioca un ruolo primario nello stimolare un'articolata riflessione sul cibo e il suo valore nel quotidiano. http://www.tarteletteblog.com/2013/02/recipes-gluten-free-apple-walnut-cakes.html

lunedì 18 febbraio 2013

IL PIATTO COME MEDIUM

"Con Sèbastien, amiamo una cucina allegra, che dispensa stupore e gioia. Per questo i nostri piatti sono animati da una moltitudine di combinazioni che io definisco come niac. Strutture di elementi visivi e olfattivi, relativi al gusto e alla texture che risvegliano i sensi verso nuove scoperte. Il niac anima, dinamizza, tonifica, interroga provocando. Scivolati a margine rispetto al centro della presentazione dei piatti, io definisco questi termini quali tocco e traccia."
Michel Bras 


Le parole di Bras richiamano un concetto peculiare dell'estetica del gusto: la potenza visiva del cibo. Prima ancora che sulle labbra ogni cibo si posa sugli occhi e viene preso dallo sguardo e insieme ad esso dall'invisibile plasticità dell'olfatto. Il piatto è ciò che trasforma l'alimento in composizione di elementi, trama sottile di tratti che come ogni messaggio ha un mittente e un destinatario. Il piatto è il medium attraverso cui il cibo parla e ci svela la sua silente struttura. Qui l'intuizione geniale di Bras che crea un vocabolo per definire la sua personale estetica del gusto. Niac: una parola, un concetto creato per vedere il senso dell'arte del gusto in una composizione di tocchi e di tracce. I tocchi sono elementi fisici, segni che trasmettono un messaggio: la messa in piatto. Le tracce sono elementi di narrazzione che risvegliano ed interrogano il senso di chi sfiora l'immagine e gusta il sapore. Ma niac è soprattutto elemento conoscitivo capace di generare stupore e quindi domanda, fame di risposte. Tracce e tocchi sono media di comunicazione. L'arte del niac non è altro che gesto di relazione che provoca, risveglia e prende i sensi per trasportarli nel dialogo tra lo sguardo e la parola, nel senso più profondo del gusto.

sabato 2 febbraio 2013

IL CALICE DEL FILOSOFO

 

"Una cosa degna di nota  è questa specie di istinto, 
tanto universale quanto imperioso, 
che ci spinge alla ricerca delle bevande forti.  
Il vino, la bevanda a noi più cara risale agli albori del mondo. (...) 
Comunque sia, questa sete di un liquido
 che la natura aveva avvolto di veli, 
questa straordinaria bramosia 
che agisce su tutte le razze umane, 
sotto ogni clima e ogni temperatura, 
è veramente degna di attrare l'attenzione 
dell'osservatore filosofo.
 Anch'io, come tanti altri, ci ho riflettuto 
e sarei tentato di mettere la passione per il liquori fermentati,
 ignota agli animali, accanto all'ansia per l'avvenire, 
del pari ignota alle bestie, e di vedere l'una e l'altra 
come attributi distintivi del capolavoro 
dell'ultima rivoluzione sublunare"
                                                              Brillat-Savarin

lunedì 28 gennaio 2013

IL TRATTO DEL CORPO




"Ciò che costituisce il peso, lo spessore, la carne di ogni colore,
 di ogni suono, di ogni testura tattile, del presente e del mondo,
 è il fatto che colui che li coglie si sente emergere da essi
 grazie a una specie di avvolgimento o di raddoppiamento,
 fondamentalmente omogeneo a essi,  
il fatto che egli è il sensibile stesso veniente a sè,
 e che reciprocamente, il sensibile è ai suoi occhi
 come il suo duplicato o un'estensione della sua carne."
                                                                                                 Merleau Ponty, Il visibile e l'invisibile


Mente/corpo. 
Pensiero/gesto. 
Idea/sensazione
 
Queste tre opposizioni semantiche costituiscono il filo rosso intorno a cui è cresciuta e si è costruita la trama del rapporto tra pensiero e corporeità nell'ambito della cultura occidentale, a partire dalla filosofia greca fino ai nostri giorni. Per comprendere la portata reale di questa apparentemente insanabile dicotomia, è sufficiente osservare attentamente il modo in cui usiamo i due verbi pensare e trattare riferendoci con l'uno alla mente e con l'altro al corpo. Quale verbo usiamo per riferirci al nostro corpo? Tratto il corpo, siamo soliti affermare. Proviamo a tradurre questa espressione. C'è un soggetto implicito, un Io pensante che agisce su un qualcosa di esterno, il corpo e lo tratta, lo modifica in base a un'idea ad esso estranea ma a tal punto predominante da diventare essa stessa causa della sua esistenza. Basta pensare alla celebre massima cartesiana cogito ergo sum: l'uomo esiste perchè pensa. Il corpo non esiste, in questa ottica. Il corpo subisce l'esistenza. Quanto sia radicato in noi questo modo di  concepire la nostra corporeità è evidente se si pensa alle tragiche conseguenze che un'immaginare patologico può avere sul corpo. Ma è veramente così? Davvero ognuno di noi è un pensiero in un corpo qualunque? Cosa ci rende davvero unici? Essere ciò che pensiamo? Modellare il nostro corpo in base al nostro immaginare? E se invece le  cose stessero diversamente? Se invece fosse il corpo la presenza essenziale. Se fosse la nostra sensorialità quel sentire necessario senza il quale nessun pensare sarebbe in realtà possibile? In effetti tra l'azione del pensare e quella del trattare il corpo esiste un salto logico, manca un tassello fondamentale: il sentire.
L'uomo è il sensibile stesso veniente a sè 
e il sensibile è ai suoi occhi come il suo duplicato
 o un'estensione della sua carne.
 
Non abbiamo un corpo. Siamo un corpo.
Per destino il nostro corpo.  
Un corpo che per natura sente e nel sentire pensa.





mercoledì 23 gennaio 2013

IL CORPO FILOSOFICO

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ThinkerFood è un approccio filosofico alla sensorialità, un rivoluzionario sguardo sulla trama profonda che lega, in ciascuno di noi, l'essere e l'avere. Siamo infatti abituati, per cultura ed educazione, a non sentire il nostro pensiero o a non pensare il nostro percepire, se non nella distinzione tra un concreto e materiale toccare e un elevato e superbo teorizzare. Ma la realtà e per realtà intendo la nostra autentica maniera d'essere, è ben altra! Siamo un corpo pensante. Siamo immersi nella nervatura della nostra carne e della nostra pelle. Siamo intrisi di un percepire incessante che si dirama fino a farsi in noi pensiero e parola. La nostra identità è legata alla multi-sensorialità che ci rende esseri unici e irripetibili. Siamo dunque un corpo filosofico in cui impariamo la sapienza di degustare il reale in un gioco dialettico tra senso e pensiero. 

Il corpo umano é sicuramente un oggetto. Lo si può contemplare dall'esterno e tenerlo in tal modo a "distanza". È il corpo degli altri: un corpo in mezzo agli altri, ma che nondimeno non cessa di rinviare a una presenza diversa da quella degli altri oggetti materiali; un corpo che permette l'accesso a un'immagine, ad un simulacro ma che nel contempo rinvia all'essere stesso della persona che ci si ritrova dinanzi. Ma è anche il nostro corpo: un corpo immagine che possiamo contemplare in uno specchio; un corpo diviso, come quando guardiamo mani e piedi; un corpo che nondimeno cammina quando camminiamo e che soffre e gioisce quando soffriamo e quando gioiamo. (...) L'esperienza quotidiana scombina la distinzione tra soggetto ed oggetto perchè il corpo umano è assieme tanto un corpo soggetto quanto un corpo oggetto, il corpo che si ha e il corpo che si è. (...) Ognuno di noi è sia un corpo fisico proiettato nel mondo "di fuori" sia un corpo psichico che rimanda al "di dentro" dell'essere. L'essere umano è una persona incarnata: senza corpo non esisterebbe; tramite il corpo è legato alla materialità del mondo. Per questo l'esperienza del corpo è sempre duplice: intratteniamo con esso una relazione che è insieme strumentale e costitutiva. Il corpo celebra la vita e le sue possibilità ma proclama altresì la finitudine di ognuno. (...) Stazioniamo sempre in una zona di confine tra l'essere e l'avere. Noi siamo esattamente ciò che siamo, perchè siamo il corpo che possediamo.
 Michela Marzano, La filosofia del corpo

domenica 20 gennaio 2013

IL CALICE DEL BUFFONE- RICORDO DI UNA SERATA IN TOSCANA


Metti una sera di primavera in un borgo toscano. Metti un appetito consistente, una tipica osteria e un dolce rosso lucchese. Mentre stiamo per iniziare la nostra tanto attesa cena , sentiamo una voce accanto a noi: " Ciao ragazzi! Da dove venite? Oggi é il mio compleanno e noi si é un po' buffoni! Mica vi piacerebbe unirvi a noi?" Non abbiamo neppure il tempo di articolare un pensiero di senso compiuto che ci ritroviamo senza il nostro tavolo e con il calice ancora sulle labbra. Ormai la tavolata del buffone é cosa fatta! Cinque toscani, un americano trovato per caso e due salentini. Calici fluidi e colmi, inebrianti: un sicuro lasciapassare per un convivio semicomico di parole e sapori, un intreccio di storie e terre diverse. Non c'é voluto tanto a capire cosa significasse quella strana parola, buffone , che aveva cancellato ogni confine e ogni distanza tra otto perfetti sconosciuti: trattasi di uno spirito curioso, incline a prendersi molto poco sul serio, dotato di uno sguardo penetrante e malinconico. Che creatura strana il buffone ! Capace di parlare come un bischero doc tra parolacce e coloriti neologismi locali, e di trasformarsi un attimo dopo in un affascinante oratore. L'eloquio del buffone é trascinante e portatore sano di ebbrezza. É difficile astenersi dall' attingere al suo calice vermiglio, così dolce e così amaro nello stesso istante. E se accade di degustarne appena l'aroma e la materia, si diventa capaci di chiacchierare con profonda leggerezza di cibo, bischerate varie, del miracolo della paternità, del barocco leccese, di consulenza filosofica e della sera in cui si é visto Dio e poi lo si è perso per sempre. La notte é profonda e il calice ormai quasi vuoto. Il vermiglio fluido scorre intensamente sotto la pelle e ha penetrato la mente. Il suo potere metamorfico ha compiuto la sua opera. Metti una notte di primavera in un borgo toscano. Metti un dolce e un vermiglio calice di fluide parole. Due tavoli uniti per caso o per destino. Otto sconosciuti si allontanano e tornano ad interpretare la trama del loro racconto. Un americano, cinque toscani, due salentini. Otto curiose nuove creature, un po' attori e un po' buffoni.